domenica 21 ottobre 2018

LO SMEMORATO DI BRENDOLA


No, non si tratta di un remake del famoso film di Totò e neanche di un aggiornamento sul famoso caso Bruneri-Canella, realmente avvenuto nel 1926, da cui il film è tratto. Stiamo parlando di quanto è avvenuto il 18 ottobre scorso in un’udienza tenutasi presso il tribunale di Padova, dove alla sbarra degli imputati sedeva la dottoressa Donatella Croatto. La Croatto, presidente del consiglio di amministrazione della società proprietaria del Centro Di Foniatria – Casa di Cura Trieste, un centro di salute privato convenzionato con la regione, deve rispondere del reato di truffa aggravata ai danni del sistema sanitario regionale per aver percepito, secondo l‘accusa, ingenti somme di denaro a fronte di prestazioni sanitarie ritenute superflue da parte dei periti dell’accusa. La questione verte su rimborsi per prestazioni sanitarie e ricoveri effettuati in day-hospital, che invece potevano essere eseguite in regime ambulatoriale, con un evidente risparmio della spesa pubblica. È qui che entra in gioco lo smemorato di Collegno alias di Brendola, al secolo nientepopodimeno che il segretario generale del servizio sanitario regionale Domenico Mantoan. Il dott. Mantoan, chiamato a deporre come test al processo, ha rilasciato una testimonianza piuttosto vaga su come sono andati i fatti, contornati da “non so” e da “non ricordo”, da qui la sindrome da smemorato. La dimenticanza, per quanto logica soprattutto in procedimenti per il quale è passato un po’ di tempo, non è da poco. Il direttore Mantoan, riguardo alla vicenda, asserisce di aver informato l’allora Ulss 16 su presunte irregolarità circa alcuni ricoveri in day hospital ritenuti “inopportuni” tanto che, a suo dire, promosse un’ispezione. È a questo punto che la pm Silvia Golin fa notare che il giorno dell’ispezione presso la struttura incriminata, gli ispettori della regione si trovarono davanti anche il dott. Mantoan, accompagnato da Leonardo Padrin, allora presidente della commissione della Sanità Veneto. Un’apparente “visita di cortesia”, potrebbe sembrare quella dei due massimi esponenti della sanità regionale, una sottile forma d’intimidazione risulterebbe invece secondo gli inquirenti, altrimenti come si spiegherebbe la citazione a testimoniare? Tant’è vero che la stessa pm richiama il dott. Mantoan sulla sua dichiarazione, discordante da quanto rilasciato in fase d’istruttoria; e da qui che partono i non so e i non ricordo. La cosa sconcertante in tutto ciò non è la smemoratezza in sé come già avevo anticipato, è che la visita concomitante dei due sia stata percepita dagli ispettori come un’ingerenza di “natura intimidatoria” tanto da pregiudicarne l’esito. 
E pare che di ingerenze il nostro direttore potrebbe dare lezione a chiunque. Mi riferisco a quello che è accaduto un paio di anni or sono, quando lo stesso direttore Mantoan, suo malgrado, fu coinvolto in un incidente automobilistico a Padova. L’autista alla guida dell’autoblu su cui viaggiava il segretario ha effettuato un’inversione di marcia, la mitica inversione ad “U” – pare ancora vietata dal Codice Della Strada – invadendo la corsia opposta e tagliando fatalmente la strada ad un ignaro scooterista che proveniva dal senso opposto. Lo sfortunato scooterista si prese un così forte spavento che morì di infarto, o almeno così era scritto nella relazione del medico legale dopo aver effettuato l’autopsia; chissà, forse se non avesse avuto un infarto il povero scooterista avrebbe avuto tutto il tempo di scansare un’auto che gli tagliava la strada! Vuoi vedere che la colpa è seriamente dello scooterista e non dell’autista dell’autoblu? La faccenda si sarebbe conclusa esattamente così se non fosse che la pm incaricata delle indagini, la quale già da tempo aveva smesso di credere a Babbo Natale, si era fatta persuasa che la storia venuta fuori dalla perizia non si reggeva in piedi. Chi fece l’autopsia? Al posto del medico legale di turno, si era scomodato addirittura il professor Massimo Montisci, direttore dell’unità operativa di Medicina legale e tossicologia dell’ospedale di Padova. Montisci qualche mese dopo deposita in Procura una relazione che esclude qualsiasi nesso tra l’incidente e la morte del motociclista, avvalorando le dichiarazioni rese nell’immediatezza dei fatti, dall’autista e dal dirigente regionale ovvero <<che l’anziano sia caduto poco prima dell’impatto con l’auto, probabilmente colto da un infarto>>, che spirito d'osservazione. La pm richiede una seconda perizia; confrontando la perizia di Montisci con quella del secondo esperto nominato dalla Procura incaricato di ricostruire la dinamica dell’incidente, le discordanze sono evidenti, lampanti. Secondo la nuova perizia, lo scooterista avrebbe <<reagito al pericolo frenando e mantenendo il controllo del veicolo fino a pochi metri dall’urto, una condizione difficilmente compatibile con un infarto e una lesione dell’aorta in corso>>.
Per non parlare della perizia richiesta anche dalla famiglia dello sventurato scooterista, anch’essa concordante con quanto rilevato nella seconda perizia. Ma perché Montisci prese un abbaglio tale da pregiudicarne un’onorata carriera? Sarà forse perché il “generalissimo” Mantoan è il suo diretto ed indiscusso superiore, per il quale deve provare un’assoluta devozione tanto da mettere nero su bianco l’ipotesi dell’infarto rilasciata nella dichiarazione "a caldo" appena avvenuto il sinistro? In questo caso come in quello della clinica foniatrica, quella dell’ingerenza è un’ipotesi più probabile che plausibile, d’altronde si parla di Domenico Mantoan, famoso per il suo piglio e la sua verve. Ed il ritrovamento dopo due anni del pacemaker dello scooterista nello studio del professor Montisci durante una perquisizione per altre indagini, non aiuta certo a chiarire il quadro della situazione, anzi lo aggrava ulteriormente. Miei cari Informati, vi terrò aggiornati sugli sviluppi.